GENAI
Pensa per noi, ci fa lavorare di più, e continua a sembrarci pure una buona idea
Questo articolo prova a fare una cosa semplice (che poi semplice non è): smettere di discutere di AI come se le alternative fossero solo "ci rende tutti più produttivi" oppure "ci ruba il lavoro" e spostare la domanda dove fa un po' più male: cosa sta succedendo dentro la testa di chi la usa tutti i giorni? Quando deleghi a un modello generativo pezzi di scrittura, analisi e ragionamento, non stai solo risparmiando tempo: stai anche cambiando (a volte senza accorgertene) il modo con il quale cerhi e valuti informazioni ed alternative e quanto ti fidi del tuo giudizio.
Per capirci qualcosa metto in dialogo tre lenti recenti: il System 0 (l'AI che "prepara" il mondo prima che tu attivi System 1 e System 2), la "Tri-System Theory" (l'AI come terzo sistema cognitivo esterno, che può aiutarti o sostituirti a seconda di come la usi) e un filone più organizzativo che mostra un paradosso curioso (ma ampiamente verificabile): invece di alleggerire il lavoro, spesso lo intensifica. Letti insieme, questi pezzi suggeriscono un corto circuito auto-alimentante: più comfort e più capacità percepite, meno vigilanza e autonomia cognitiva reale, e in mezzo una bella dose di \textit{automation bias}. Nella seconda parte mi prendo la libertà di fare quello che si fa quando la ricerca corre più lenta del fenomeno da ricercare (sapendo che il risultato durerà quanto gelato nel deserto): speculare onestamente. Propongo un modello a fasi della relazione cognitiva con l'AI e l'idea di "resa cognitiva qualificata e consapevole": non un invito alla resa, ma un tentativo di darle regole, confini e un minimo di dignità operativa (cioè: come usarla senza farci usare). Per lo meno ci ho provato