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GENAI

L'era dell'incompetenza

Certe cose si verificano, per me, con prevedibile (patologica?) ricorrenza. Undici mesi e fischia dell'anno a tirare la carretta a testa bassa in vista delle agognate vacanze e poi, dopo quei pochi giorni passati in quasi narcolessia a riprendersi "fisicamente", i pensieri tornano liberi, iniziano a girare, le idee iniziano a mettersi in fila e, approfittando del lusso che quel po' di tempo "libero" concede, inizio a leggere, a studiare ed a scrivere per placare un po' quel disagio e quella urgenza di capire e di unire i puntini che quasi brucia, cercando di creare quel tassello mancante di esperienza e competenza (expertise, la chiameremo per darci un tono usando a sproposito un termine anglofono) che permette a un nuovo angolo del "puzzle" della conoscenza di definirsi. E poi editing, trasformazione in una qualche forma "altrettanto esteticamente soddisfacente" (tipografico in LaTeX, infografica con un qualche strumento di AI Generativa etc), pubblicazione o diffusione (su Linkedin, sul mio portale, in una qualche newsletter, come integrazione o come estensione concettuale di qualche capitolo del mio libro che, per inciso, ho capito sarà un cantiere aperto in continuo movimento e non una fotografia statica del punto raggiunto nella mia scalata sulla montagna della consapevolezza). E dopo ancora, di conseguenza, lettura, commento, critica ed in qualche modo (diretto od indiretto) riconoscimento da parte di terzi di quella expertise. Quello che si verifica meno spesso è che i pensieri siano, in realtà, metapensieri, cioè idee sulle idee e non su concetti o "cose". Mi spiego. Il tarlo che mi assilla in questa bollente estate è legato al "valore" (e quindi alla motivazione) stesso del processo che ho descritto. Perché lo fai (disperata ragazza mia, direbbe qualcuno)? Perché invece di abbruttirti scrollando compulsivamente il cellulare od elevarti (comunque) con letture di intrattenimento (che non significa "da treno", ma per me è di intrattenimento tutto quello che non è "finalizzato" e quindi non viene letto con l'obiettivo di collocarlo in relazione ma per il piacere puro di leggerlo), ti infliggi questa violenza (ed indirettamente la infliggi ad altri perché, anche solo per sbaglio, qualcuno poi leggerà il prodotto del tuo processo sado/maso/intellettuale). Sarebbe ipocrita dire che, anche in modo non consapevole (autoassoluzione da smontare), il fine che muove l'agire non sia in qualche modo legato all'attesa di una qualche "ricompensa" social(e) oltre che alla personale gratificazione (che a ben vedere è essa stessa una forma di ricompensa, anzi). La metariflessione che mi affligge sta proprio qui: assodato il fine, siamo sicuri che i mezzi (che sempre lo giustificano) adoperati siano quelli contemporaneamente (e nel contemporaneo ovviamente vanno considerati i nuovi populismi, le piattaforme, i social e soprattutto la GenAI) più appropriati? La ricompensa sociale (e quindi il successo ed il prestigio come vedremo più avanti) è ancora legata (ed in quale misura) alla competenza, alla conoscenza, all'esperienza ed all'"expertise"? La diffusa percezione, corroborata da [XYZ] di grande "successo" e nessuna competenza (sostituite a piacere [XYZ] con politici, influencer, youtuber, tiktoker, dirigenti di aziende, startupper, pseudo-saggisti, pseudo-scienziati) parrebbe dare una risposta negativa alla domanda. Tale percezione, che ha generato una letteratura ormai vasta sulla morte dell'expertise (cioè della valorizzazione e della premialità della competenza), è a mio giudizio **sostanzialmente corretta nella diagnosi del sintomo ma sistematicamente sbagliata in quella della causa**. È evidente oramai che qualcosa si sia rotto nel rapporto tra competenza e rilevanza, ma la diagnosi che attribuisce integralmente questa rottura alla combinazione di social network, populismo e intelligenza artificiale generativa è insieme troppo generosa verso il passato e troppo semplicistica e assolutoria verso il presente. Perché presuppone al tempo stesso che sia esistita un'epoca in cui la sola competenza fosse garanzia di successo (spoiler: non è mai esistita, perché culla, proprietà, forza, conformità religiosa, appartenenza, genere e carisma hanno sempre pesato almeno quanto il sapere, se non di più) e tratta come un fenomeno unitario tre meccanismi che hanno cause, prove empiriche, tempi e rimedi completamente diversi. **La (sola) competenza non produce (e non ha prodotto) mai direttamente il successo: per essere riconosciuta deve attraversare una catena di segnali e di istituzioni che la validano. Ciò che vediamo verificarsi con inquietante rapidità non è la scomparsa (in termini assoluti) del valore della competenza, ma la crisi dei suoi proxy di rappresentazione sociale.** Populismo, social network ed intelligenza artificiale non hanno inventato l'incompetenza, hanno solo spezzato (modificato) la catena di relazione fra il sapere, l'apparire e l'esserne ricompensati.